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La storia di una madre e di suo figlio che vuole solo essere se stesso

Quella che segue è la STRAZIANTE e SCONVOLGENTE testimonianza di una delle mamme del gruppo genitori GenderLens. Il suo, purtroppo, non è un caso isolato e molt* adolescenti  sono sottopost* a trattamenti simili.

Ricordate sempre che dovete denunciare e che l’unico metro di misura che avete per capire se state facendo la cosa giusta è la serenità dei vostri figli e delle vostre figlie. Se non stanno bene non importa a chi vi siete rivolti, vuol dire che quel professionista, quel tipo di approccio, quell’ascolto che state dando non è quello giusto!

 

“Mi chiamo B. e sono mamma di tre splendidi ragazzi. F. 18 anni , L. 15 anni e S.  9 anni. Viviamo in un piccolo paesino del nord. 

Voglio scrivere questa lettera per informare, far conoscere, e mettere in guardia le persone su quello che c’è dietro alla varianza di genere. 

Tutto è iniziato …almeno per me,  quasi 4 anni fa quanto mio figlio L. , all’epoca  una bellissima ragazza di nome C., mi confida di essere lesbica. La cosa non ci recava nessuna preoccupazione anzi ci aveva aperto gli occhi su molte cose che fin dall’infanzia noi non capivamo.  L. ci chiede di parlare però con una psicologa perché aveva brutti pensieri. Noi prima ci rivolgiamo ad un gruppo di ascolto del paese e alla psicologa della scuola poi passiamo ad una vera e propria terapia psicologica in un centro della nostra città. L.  li viene seguit* per un anno settimanalmente.

Passava il tempo e, nonostante la terapia, L.  stava sempre peggio: usciva pochissimo, aveva pochi amici, era sempre sol*  in disparte.  Spesso non riusciva ad andare a scuola regolarmente tant’è che   abbiamo dovuto ridurre l’orario scolastico. Ma ancora una volta tutto il malessere non diminuiva tanto che un giorno L. ingerisce 9 pastiglie di Sertralina   per cercare di non pensare più al suo dolore, un dolore di cui  nessuno riusciva a capirne né la provenienza né la causa.  Portat* all’ospedale   inizia un iter con una neuropsichiatra che  diagnostica un disturbo depressivo persistente (ICD-10: F34.1) prescrivendo a L.  prima il Delorazepan  e poi, dopo aver fatto tantissimi test – TAT, Roarschach, MMPI, TSCC-A – anche la Fluoxetina. 

Un pomeriggio di primavera del 2018  L. mi confida che non è lesbica ma si sente uomo. Confusa e impaurita inizio a cercare informazioni sulla varianza di genere…trovo poco e nemmeno i medici riescono ad aiutarmi dicendomi solo di aspettare e vedere come va. Iniziamo a chiamarlo L, il nome   che aveva scelto e iniziamo a rivolgerci a lui al maschile di nostra iniziativa perché ci sembrava la cosa giusta da fare. Questo lo rende più sicuro di sé e più forte, ma evidentemente non era abbastanza.

Ad agosto del 2018 ci rivolgiamo, su suggerimento di  una  persona Trans, a un ospedale  dove si occupano proprio di varianza di genere in età evolutiva. Li L.  frequenta un gruppo di adolescenti seguiti dalla neuropsichiatra.  Viene anche  seguito individualmente e  ancora una volta  sottopongono sia  noi genitori che  lui singolarmente  ad alcuni test. 

I mesi passano ma non abbiamo riscontri…non accolgono l’affermazione di L. di essere un ragazzo  anzi  continuano a ripetere “bisogna aspettare” .

E intanto L  stava sempre male.

A settembre, con mia immensa paura rispetto a ciò che la società avrebbe detto, L. vuole iniziare il liceo col suo nome L.. La scuola si pone in modo molto positivo nei suoi confronti, così  come i compagni di classe che lo sostengono. Quindi tutto bene  fino a quando, terminato il periodo massimo (1 anno) con la psicologa del centro che ci stava seguendo e nell’attesa che gliene dessero una all’ospedale, L., rimasto senza supporto psicologico, a scuola beve dei detersivi e viene trasportato in ospedale con l’ambulanza.

L. viene ricoverato – con la sua approvazione – per 13 giorni nel reparto di neuropsichiatria infantile dove le sue condizioni mentali  si aggravano. Alla terapia  farmacologica in atto viene aggiunto il Carbolithium e viene sottoposto ancora ad ulteriori test: Rorschach, MMPI-A. Da ciò i medici   arrivano alla conclusione di aggiungere alla depressione, un disturbo Borderline di personalità (ICD10 F60.3) e ci dicono che bisogna far entrare L. al più presto in una comunità terapeutica  per minimo 1 anno. Avrebbe dovuto stare lì  li da solo chiuso con altre 7 ragazze affidate al tribunale dei minori. In tutto questo non si fa mai cenno alla sua varianza di genere. “Sono due cose separate” mi ripetono sempre e non lo chiamano MAI con il nome che lui vuole nonostante lui glielo chiedesse ripetutamente.

L.  imbottito di psicofarmaci  ha lo sguardo assente, trema, non riesce più a disegnare  – la sua grande passione – , fa pipì a letto, ha spasmi muscolari …

Ci riempiono la testa dicendoci che andare in questa comunità è la cosa migliore per lui.  Mio figlio in effetti sta male: non riesce ad andare a scuola, ha attacchi di rabbia , si autolesiona tagliandosi il corpo con una lametta del temperino, non parla, non mangia , non si relaziona più con gli altri. Tutto questo soprattutto dopo aver letto che nel foglio delle sue dimissioni  c’era scritto nero su bianco che dai test  risultava essere una femmina e non un maschio come lui affermava da tempo. Leggere questo lo aveva distrutto e lui  si era arreso. Aveva smesso di vivere, di sorridere. Tramite l’assistente sociale ci impongono anche una educatrice professionale sia a casa che a scuola per monitorare la situazione. 

Succede poi che un giorno, proprio mentre mancavano pochi giorni all’ ingresso di L. in comunità sento Camilla Vivian del Progetto Genderlens.  Facevo parte da tempo del gruppo di famiglie di GenderLens, ma ero talmente sicura che i professionisti che ci avevano  seguiti avessero fatto tutto ciò che potevano per noi che non avevo mai condiviso l’accaduto. Invece quel giorno ci sentiamo e le  racconto di L.. Mi viene detto che tutte le sofferenze di L. rientrano perfettamente nel quadro di un adolescente la cui identità di genere non è riconosciuta. Quella stessa sera mi viene preso un appuntamento in un altro centro per una visita urgente e di lì a poco inizia un percorso completamente differente. Decidiamo  di interrompere l’entrata di L. in comunità prendendoci del tempo per vedere se questo nuovo percorso potesse migliorare il suo malessere. Questa nostra decisione non piace ai medici e all’assistente sociale. Ci dicono in tono minaccioso che NON stiamo facendo il bene di nostro figlio e che stiamo andando contro il parere di ben 2 medici e di un’altra assistente sociale. Con molta paura continuiamo lo stesso  e senza arrenderci andiamo avanti e diamo continuamente le nostre spiegazioni, come a giustificarci ogni volta del nostro operato. Ci sentiamo sotto una lente di ingrandimento (come se già non avessimo noi stessi paura di fare o meno la cosa giusta!). Veniamo giudicati come dei cattivi genitori, quando il nostro unico scopo è ascoltare L. e cercare di fare del nostro meglio per farlo essere se stesso. 

L. inizia a stare subito meglio ancora prima di recarci nel nuovo centro. La sola idea che finalmente qualcuno lo ascolti davvero lo fa stare meglio.  Una volta iniziato il nuovo, giusto percorso, viene confermato che il suo malessere derivava  dalla sua varianza di genere e dal fatto che non fosse stata accolta. 

L. sta ora benissimo, ha ripreso a disegnare, ha molti amici, esce tanto, sorride, mangia, si relaziona con gli altri, fa progetti per il suo futuro. VIVE la sua adolescenza come gli altri. Certo ci vuole ancora un po’ di tempo per smaltire tutti quei farmaci che lo hanno cambiato.

La neuropsichiatra continua ad affermare che L. sta meglio proprio perché ha assunto questi medicinali. Persevera inoltre ad essere convinta della sua diagnosi e quindi a trattare L.  come estraneo alla varianza di genere ripetendoci ogni volta che sono abituati a questi alti e bassi di L. e che aspettano solo che lui cada come le altre volte. 

Io vorrei solo che la smettessero di trattarlo come patologico, come un malato confuso da curare.”

 

 

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