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Il “Diario di Natan”: fine delle elementari

LA FINE DELLE ELEMENTARI – L’INIZIO DELLA PUBERTA’

“menotrenta”

Meno trenta giorni all’endocrinologo. Ripenso al momento in cui ho dovuto assumermi la responsabilità che nessun bambin* dovrebbe avere: quella di fingere di essere ciò che non è per rispondere alle aspettative della società.

Erano da poco cominciati i tanto attesi anni 2000, gli anni della fine del mondo, o della rinascita. Ovviamente nessuna delle due, se non il proseguimento di un percorso già iniziato. 

Per me era arrivato il momento di fare i conti con la mia consapevolezza. Quella consapevolezza che non mi ha mai fatto sentire leggero, spensierato. Quella non spensieratezza che mi trascinava giù quanto il grembiule fiorellini e merletto del tutto inadeguati per me.

Ormai era deciso: avrei cominciato le scuole medie e i miei capelli sarebbero cresciuti, insieme ai seni, ai peli, ai pensieri.

Non andava bene, non andavo bene.

Le mie paure stavano crescendo, il mio corpo stava cambiando e non mi avrebbe più permesso di farmi chiamare Antonio (nome molto usato nella mia famiglia) quando incontravo nuovi amici.

Nei bagni di scuola le bambine mettevano a disagio me ed io loro. Un giorno sono uscito dal bagno delle femmine e c’era la mia maestra a sorridermi, non capivo perché, finché non mi ha detto: “sono uscite delle bambine piangendo dal bagno, mi hanno detto ci fosse un maschio, gli ho spiegato che eri tu”.

Era amorevole il suo sguardo, rassicurante, ma il mio corpo, ormai, aveva cambiato respiro. 

Eravamo in fila per due e la mia compagna di banco mi disse: “fossi stato maschio, saresti stato doc”. Non lo ero, né maschio, né doc, per gli altri. Solo per me, per me lo ero, lo sapevo, lo sentivo, lo avrei affermato, un giorno, davanti al mondo.

Mi hanno detto: “hai lo sguardo triste”, “hai il sorriso strano”.

Vorrei vedere voi, avrei voluto dire. Come minimo uno si ritrova con lo sguardo triste e il sorriso strano. Il sorriso, però, poi ho imparato a costruirlo bene. Per quanto riguarda lo sguardo, no. Il mio sguardo avrebbe imparato a sorridere un bel po’ di anni dopo, durante il viaggio che mi avrebbe riportato lì, a quel giorno di fine delle elementari, per poi proseguire, oltre voi, oltre tutto, oltre tutt*.

 

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