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Il “Diario di Natan”: la prigione è non potersi chiudere dentro

LA PRIGIONE È NON POTERSI CHIUDERE DENTRO 

 

“menoventisette”

 

Come si può spiegare a chi è bastato nascere per sentirsi riconosciuto, cosa significhi cercare per tutta la vita di essere visto?

Quando indossavo i panni sociali, indossavo il ruolo scelto dalla società, il nome scelto dai miei genitori, i capelli più lunghi che non mi avrebbero causato troppi problemi, i vestiti che mi avrebbero permesso di non dare troppo nell’occhio. Ho cercato di essere adeguato, di recitare la parte che, in base al proprio organo genitale, scelgono per noi alla nascita (per non parlare della realtà intersex). Ho fallito, anzi ho vinto, perché è non essere se stessi il fallimento. 

Ho avuto l’onore e l’onere di sapere anche come può sentirsi una donna in questa società in cui il cattivo odore del binomio stereotipato maschio/femmina è ancora troppo forte, dove il maschilismo regna sovrano. Aver compreso ed aver vissuto profondamente il senso di questa realtà credo mi abbia reso, nel tempo, un uomo migliore. 

Quando penso a quegli anni vedo una persona che protegge il suo sogno più grande, che continua a coltivarlo pur non sapendo come potrebbe mai realizzarlo. Vedo una persona che non si fida di nessuno perchè ha paura che verrebbe presa per pazza se dicesse ciò che sente. Vedo una persona che ha bisogno di cambiare il suo aspetto per sognare, con l’aiuto della musica.

Fino a poco tempo fa dicevo che in quel periodo “non sono esistito”, un giorno una persona mi ha detto: “secondo me invece è il periodo in cui hai vissuto di più”. Quella persona ha ragione. Io SONO anche e soprattutto grazie a quel lungo periodo in cui sentivo che “la prigione è non potersi chiudere dentro”. Perché la mia prigione era dentro di me, dentro le mie paure, dentro le mie emozioni ed io non potevo starci ancora per troppo chiuso dentro, altrimenti sarei esploso.

A pensarci oggi, in realtà, credo di aver sempre aspettato che arrivasse il giorno dell’esplosione.

All’improvviso il mio cuore inizia a battere veloce, poi velocissimo, la paura della morte, respiro. Mi manca l’aria, sto morendo, no. Respiro, mi calmo. Il mio primo attacco d’ansia mi stava chiedendo di smetterla. 

Arriva il periodo di chiusura, avevo bisogno di star solo con il mio più caro amico di sempre: il silenzio. “Ed improvvisamente ti accorgi che il silenzio ha il volto delle cose che hai perduto”. Il mio silenzio mi stava urlando tutte le cose che mi stavo perdendo. Il mio amico, il silenzio, stava urlando al posto mio e mi stava dicendo di essere coraggioso e di darmi vita e di vivere e di amare e di essere e di esserne FIERO.

Le giornate seguenti le avrei trascorse a fissare il soffitto, nella mia camera. Avevo perennemente freddo, non volevo sentire nessuno, avevo interrotto le comunicazioni con tutti, avevo perso la voglia di vivere e i più brutti pensieri avevano deciso di abitare la mia testa. 

 

 

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