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Il “Diario di Natan”: un’energia nuova – Valencia

UN’ENERGIA NUOVA – VALENCIA

 

“menotredici”

 

E’ difficile spiegare come una giornata d’inverno, di vento, di freddo e di pioggia sia diventata un punto di svolta nella mia vita. Una di quelle giornate da cui raramente ti aspetti qualcosa. Quasi un anno e mezzo fa.

Ero sfinito, ancora appesantito da tutto quello che avevo dovuto affrontare in tutti quegli anni e tutti i giorni dentro e fuori di me, impaurito da tutto ciò di cui avevo sentito parlare fino a quel momento sulla transizione, un frullato di notizie false e terrorismo psicologico.

Era finalmente arrivato il momento di ascoltare parole nuove, di conoscere discorsi non patologici sulle persone trans, di mettere da parte pietismi rispetto al mio essere ed avere una visione pulita da tutti i tabù, gli stereotipi e le violenze italiane. Uno sguardo da una prospettiva diversa.

Ci sono delle situazioni nella vita che sembra vogliano dirti di saltare: “o adesso o mai più”.

Momenti che ti spaventano, ti sorprendono e ti svegliano.

Incontri che ti vedono, ti ascoltano e ti innalzano. Ogni giorno.

Avevo capito quanto sarebbe bastato “poco”: sarebbe bastato non avere più tutto quel peso addosso. Iniziare un processo di liberazione da ostacoli, egoismi, aspettative altrui, cattiverie, indifferenza. Mi son spogliato di tutto ciò che mi aveva oppresso fino a quel momento. Ho camminato sul sentiero di una strada sconosciuta, ma che ero sicuro mi avrebbe stupito in ogni luogo.

Da lì in poi avrei proseguito quel nutriente viaggio che mi avrebbe riportato a quel giorno di fine elementari, per volare via a Valencia, in Spagna. Una scelta che avrebbe fatto chiarezza dentro e fuori di me. Per la prima volta nella mia vita, avrei pensato al mio bene. 

E’ possibile essere persone trans ed essere trattate umanamente in questo mondo. Dovremmo tutt* mettere il naso fuori dalle dinamiche italiane, guardare e seguire l’esempio di Paesi civili che tengono ai diritti umani e non semplicemente ai soliti giochi di potere.

Bisogna denunciare e non piegarsi davanti alle piccole concessioni che ci vengono date. Molte e molti hanno paura di raccontare la loro esperienza e non si ribellano perché sanno di non essere tutelati, non vogliono neanche ricordare perché il tutto fa riemergere quel dolore, quella vergogna, quella rabbia.

Non siete sole/i/*, noi di GenderLens siamo qui e vi offriamo supporto. Contattateci su info@genderlens.org

 Antonio Gramsci in “Odio gli indifferenti” scrive:

“Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti. 

L’indifferenza è il peso morto della storia. L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. È la fatalità; è ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che strozza l’intelligenza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, avviene perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia promulgare le leggi che solo la rivolta potrà abrogare, lascia salire al potere uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. Tra l’assenteismo e l’indifferenza poche mani, non sorvegliate da alcun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa; e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia altro che un enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto del quale rimangono vittime tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto anch’io il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo? 

Odio gli indifferenti anche per questo: perché mi dà fastidio il loro piagnisteo da eterni innocenti. Chiedo conto a ognuno di loro del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime. 

Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti”.

 

 

 

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