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La visita medica non può essere una prova di sopravvivenza per le persone LGBTIQA+

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Stiamo assistendo ad una sempre più presa di coscienza dell’importanza di un approccio medico rispettoso della varianza di genere. Ma la strada da percorrere è sicuramente ancora lunga. Ci sono però poche e semplici linee guide facili da eseguire e che farebbero molto più agevole il cammino, già tortuoso in questa società, delle persone LGBTQIA+ e, indubbiamente, questo diventa più importante quando parliamo delle nostre piccole persone: bambin* e adolescent* trans.
Tutt* quell* che lavorano nell’attenzione primaria dovrebbero essere culturalmente sensibili alla diversità di genere di tutte le persone che ci possono arrivare , in modo da garantire un servizio rispettoso che contribuisca al benessere psicofisico del* paziente.
Ma procediamo con ordine: quali sono i momenti fondamentali e le azioni da intraprendere per mostrare il massimo rispetto a tutte le persone?
a) Compilazione del modulo di ammissione.
La compilazione del modulo di ammissione può rappresentare una situazione imbarazzante per una persona trans o gender variant, in particolare se la sua espressione di genere non sembra coerente con i dati anagrafici. Due semplici domande possono creare una base di fiducia e di sicurezza nella persona LGBTQIA+ che fa fronte ad una visita medica:
– Qual è la sua identità di genere?
– Che sesso le è stato assegnato alla nascita?
Le possibili opzioni di risposta dovrebbero essere tante come per poter mettere a proprio agio la persona che dovrà scegliere dove posizionarsi e dovrà “trovarsi”.
Nella prima domanda , “Quale è la sua identità di genere?”, le risposte possibili potrebbero essere:
  • Persona non binaria
  • Donna (cis o trans)
  • Uomo (cis o trans)
  • Ulteriore categoria di genere / (o altro), specificare.
La seconda domanda“ Che sesso le è stato assegnato alla nascita?”, invece, potrebbe trovare le seguenti opzioni:
  • Intersex
  • Femmina
  • Maschio
  • Non risponde, perché.
b) Come rivolgersi alla persona che il personale sanitario ha davanti.
Innanzitutto è fondamentale sapere come preferisce essere trattat* l* paziente. Dunque, la cosa più semplice e logica sarebbe chiederle come vuole essere chiamat* e quali sono i suoi pronomi: lei/lui/altro .
Si deve essere coerente nell’uso del pronome o dei pronomi che la persona ha dichiarato di utilizzare e si dovrà fare in modo che gli altri membri del personale lo facciano ugualmente. In questo senso potrebbe essere utile fare un’annotazione visibile sulla cartella clinica in modo che tutt* potranno vedere l’appunto e potranno rivolgersi alla persona interessata nel modo adeguato.
Un ambito medico dove l’uso corretto del linguaggio diventa ancora più importante è quello della visita medica dei genitali. In questo senso la questione diventa più delicata se si tratta di una persona piccola o giovane: come preferisce questa persona che ci si riferisca ai suoi genitali? Cioè, come li chiama normalmente? Questa conoscenza e condivisione permette creare un clima di confidenza e di sicurezza che fa sì che la persona si senta più pronta ad una visita genitale che dovrebbe essere sempre molto prudente.
La salute deve essere per tutt*!
Un fatto molto grave è che molte persone trans evitano di effettuare visite mediche. Invece è estremamente importante che si sentano sicure giacché dovranno continuare sempre a realizzare gli esami preventivi di routine associati al loro sesso di nascita. Ossia, le persone trans alle quali è stato assegnato alla nascita il genere maschile dovranno controllare comunque la salute della loro prostata e, a loro volta, le persone alle quali è stato assegnato il genere femminile alla nascita dovranno fare le revisioni ginecologiche corrispondenti. Ma qui entriamo in un altro tipo di problematiche, come segnala Majid Capovani, ragazzo di 22 anni trans non binary, bisessuale, poliamoroso e intersex, “quando ci vengono rettificati i documenti e di conseguenza anche il codice fiscale, non ci arrivano più i test di screening gratuiti e per noi diventa impossibile prenotare le visite ginecologiche nel settore pubblico, dobbiamo per forza andare nel settore privato, il quale ha dei costi che non lo rendono accessibile a chiunque”.
Ed è proprio la testimonianza di una sua esperienza di violenza ginecologica che ci porta al midollo di tutto questo discorso: nelle università non viene insegnato nulla riguardo l’esistenza delle persone trans e i percorsi di transizione che spesso intraprendono. Lo stesso Majid afferma: “giuro di essermi ritrovato in situazioni in cui io, paziente, ho dovuto spiegare ad un medico come funziona la terapia ormonale sostitutiva e quali cambiamenti si verificano, non è ammissibile una cosa del genere”. E ancora: “i corpi che vengono studiati durante la formazione professionale sono solo quelli delle persone cisgender (persone la cui identità di genere coincide con il sesso assegnato alla nascita, non transgender). E non basta dire “eh sì, ma tanto il vostro apparato è identico a quello delle donne”, perché i nostri genitali cambiano con le terapie ormonali, la vulva degli uomini trans o delle persone non binarie in terapia con testosterone va incontro a delle modificazioni”.
Dunque, il primo passo che dovrebbe essere in grado di fare un vero professionale della salute sarebbe ammettere il possibile disagio o scarsa preparazione nell’abbordare la cura e l’attenzione di una persona non cisgender. In questo modo, se necessario, questa persona potrebbe essere assegnata ad un collega pronto a portare avanti una visita medica nel massimo rispetto e cura della persona a prescindere dalla sua identità di genere.
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